"Santorossi arriva, vede, sceglie, raccoglie, assembla. Ben presto la pittura tradizionale gli va stretta, cerca nuovi materiali, trova la plastica e il gioco si fa serio. [...] Si muove con evidente disinvoltura, come un antico alchimista, nel suo atelier-laboratorio zeppo dei risultati di un lavoro costantemente ispirato dalle novità tecnologiche. [...] A Santorossi piace il gioco, ma non vuol barare. Continuerà dunque a inventare oggetti, forme libere, a trasformare materie plastiche in pietre preziose, per suo piacere e nostro diletto, senza preoccuparsi di teorizzare la poetica del suo fare. Il passaporto della fantasia non ha bisogno di timbri."
"Il tentativo di far divenire allegoria tutto ciò che ha sotto gli occhi affascina Santorossi . [...] Che la sua opera non sviluppi essenzialmente caratteristiche oggettuali a scapito di quelle immaginifiche, allegoriche, rappresentative, lo dimostrano la manualità e in un certo senso l’artigianalità, nelle quali, attraverso un particolare sensibile tocco si ritrovano caratteristiche estetiche."
"[Un percorso] ’fascinoso’ e personale, scandito lungo la direzione del comunicare, nel rispetto del rigore della scienza e della sua ’metodologia’, e nella costante e talvolta rarefatta presenza di una ludica suggestione, fattasi momento intimista e ’poetico’."
Nel tempo delle catastrofi e delle macerie, come quello che viviamo, l’unica possibilità di sopravvivenza per l’artista sta nel nomadismo espressivo e nella contaminazione dei linguaggi e dei materiali, in un atteggiamento che tende in definitiva alla sola affermazione della sua probabilità esistenziale. Tutto ciò che comporta necessariamente un rimescolamento di carte che disorienta solo coloro che non si sono accorti della perduta centralità dell’arte, la quale volge ormai la sua occhiata, simultanea, verso molteplici derive, spesso perfino sconosciute al momento dell’avvistamento. Anche quando lo sguardo viene rivolto al suo interno, alla sua stessa storia, scrutando ansiosamente nuove possibilità espressive che rispondono a regole di cui l’artista non dà conto, volte come sono a reclamare in definitiva il suo diritto alla manifestazione e, forse, alla contemplazione. Santorossi è consapevolmente "attivo" in una situazione siffatta all’interno della quale "attraversa con leggerezza" tutti i terreni di una tradizione culturale che appare ormai dispersa e frantumata e che può dunque essere "utilizzata" solo a patto di volgerla semplicemente a "proprio vantaggio". Ecco perché nel suo lavoro è possibile riconoscere, con un uguale ed ineffabile "indifferenza", la pittura e la scultura, la poesia visiva ed il Ready Made, il progetto e la casualità, la ragione e l’emozione, la storia e la memoria. In questo contesto l’impiego di materiali preformati per usi industriali e l’uso di "preziose" sostanze plastiche, appare allora, per Santorossi, una scelta espressiva forse "inevitabile", ed assume anche, sorprendentemente, una valenza perfino simbolica e metaforica. Il percorso che Santorossi compie risulta infatti non a caso oscillante, una sorta di andata e ritorno che va "dall’artificio all’arte a dall’arte all’artificio", per mezzo di una operazione alchemica che tende a modificare sostanzialmente la connotazione dei materiali impiegati, come avviene anche, del resto, nei processi di apparizione della "grande decorazione". Ciò che conta qui rimarcare, in ogni caso, è che per tale via Santorossi perviene alla elaborazione di un suo proprio linguaggio espressivo, caratterizzato e riconoscibile, che gli consente di mettere in scena la sua personale "rappresentazione del mondo". In questo senso Santorossi sembra aver ben compreso che la partita dell’arte si gioca oggi essenzialmente sul terreno del puro linguaggio, al di là di ogni inutile tentativo di descrizione o di narrazione, come ancora più evidente nella musica contemporanea. Non resta dunque che sola "necessità espressiva" a reggere le precarie, fragili e non dimeno accattivanti e durevoli sorti del suo "progetto poetico". Un progetto che si misura e si confronta con gli stessi materiali dell’orizzontalità quotidiana, del quale tuttavia è in grado di far miracolosamente apparire stupefacenti manufatti che si connotano infine come vere e proprie "opere fatte ad arte".
"Il filo, il segno si può tramutare anche in segnale. E non è solo un facile gioco − ancora il gioco − di parole, come non è una petizione di principio ricordare che il fare arte non è più soltanto appannaggio di tele e pennelli, di creta e di marmo, di bronzo e lapis, già da quando i futuristi buttarono all’aria, o cercarono di farlo, il quieto vivere di una tradizione ormai stanca [...] Ma quel che a noi interessa adesso sono i materiali come mezzo di espressione. Il concetto estetico e il linguaggio trovano nuove parole. Come in Santorossi. Dal modo in cui la materia viene scelta e da lui utilizzata, nascono nuove immagini e con pluralità di significati e di allusioni."
"Sta qui la riflessione di Santorossi sul reale: nel dare un’anima alla materia, nel risemantizzare l’oggetto del rifiuto. Più che nelle trappole per lo sguardo o per lo spirito [...], più che nell’urto visivo delle grate fatte saltare, quasi a evidenziare una sfida diretta alla tecnologia, l’obiettivo della sua ricerca pare essere quello di agire sottilmente (anche se concretamente) sulle nostre percezioni abituali, sul nostro sguardo normalizzato. Forse possiamo parlare di microtraumi, di piccole fratture generate nel cosmo della comunicazione."
"L’estrazione culturale di Santorossi (sociologia e psicoanalisi) può fare da traccia alla decifrazione, o almeno all’inquadramento del suo recente lavoro. La scuola di scetticismo in cui si sono risolte quelle discipline dopo la smentita degli anni ’70 e ’80, sembra infatti rinascere nella sua opera sotto forma di ipovalutazione del linguaggio e dei materiali estetici, e, per estensione, dell’idea stessa di fare arte. Che, a ben vedere, è anche la Weltanschaung pop, se non fosse che, per quest’ultima, il banale ha finito paradossalmente per diventare oggetto di celebrazione e di idolatria guadagnandosi un posto nei musei. Santorossi agisce invece al di fuori del simbolo dell’allegoria, prende insomma le distanze dallo stesso materiale che ha assunto e dal referente che ha chiamato in causa."
Santorossi, trevisano, sociologo e psicanalista, esperto di comunicazione per immagini, oltre che artista, è, nella pattuglia di Porto d’Arti, il più coinvolto nell’attuale congiuntura dell’arte, nel suo relazionarsi col contesto culturale, sociale e politico. Né apocalittico né integrato, aperto alle novità della grafica e alle possibilità delle nuove tecnologie, è però critico, nella ricerca sul campo, non per pre-giudizi, sui modi del loro uso, attivo e passivo, di chi trasmette e di chi riceve. Conscio che l’eccesso di informazione causa rumore e impedisce quindi una buona comunicazione e una corretta decifrazione del messaggio, Santorossi ha messo in cantiere da tempo un processo di svelamento dei significati veri veicolati ed eventualmente celati dalla comunicazione di massa, "attuando una sorta di pulizia delle immagini da essa proposte, immagini inessenziali e straripanti di stereotipi visivi. Attraverso questa operazione egli le ripropone semplificate e arricchite di rinnovati significati". Si tratta di un lavoro ben mirato, ancorché minimale, e utile, perché il Porto d’Arti non torni ad essere d’Armi.
Numerosi altri scrittori e critici si sono interessati al suo lavoro; tra questi ricordiamo: Stefania Carrozzini, Enzo Di Martino, Grazia Chiesa, Marino Fieramonti, Paolo Levi, Carlo Milic, Luciano Perissinotto, Elena Povellato, Paolo Rizzi, Enzo Santese, Ottorino Stefani, Maria Luisa Trevisan, Tommaso Trini.